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Autore Topic: RIMETTIAMO IN GABBIA I FALCHI DELLA POLITICA  (Letto 28 volte)
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sabmanca
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« il: Ottobre 17, 2009, 06:51:18 »

Una recente ricerca traccia il profilo dei poveri nel nostro Paese: meridionali, disoccupati, con un titolo di studio basso e un nucleo familiare numeroso. Le famiglie che vivono sotto la soglia di povertà spendono meno di 230 euro al mese e sono circa il 4,4 per cento del totale.


«Noi, Governo e Parlamento, abbiamo una responsabilità verso la nazione, quella di osservare i princìpi fondamentali della democrazia. Che sono: legge uguale per tutti; subordinazione dei partiti al bene supremo del Paese; sforzo reciproco di trovare – ciascuno nella funzione che gli spetta e nel rispetto delle opinioni – la via per consolidare un regime di libertà, instaurando oltre che nelle leggi anche nel costume il metodo democratico sinceramente voluto e onestamente applicato».

Non affanniamoci a cercare queste parole nello zibaldone delle esternazioni di questi giorni. Risalgono al 1° giugno 1948. Le pronunciò Alcide De Gasperi, all’indomani delle elezioni del 18 aprile, in una situazione ben più complessa rispetto a oggi, dopo una drammatica campagna elettorale, in un quadro internazionale da guerra fredda e con la più forte e agguerrita sinistra dell’Occidente.

Altri tempi, altri uomini, altro spessore. Nessuno, allora, si sognava che il voto popolare (la Dc di De Gasperi, da sola, aveva sfiorato il 49 per cento dei voti...) potesse autorizzare a delegittimare le istituzioni o la Carta costituzionale. Oggi, invece, non c’è limite al peggio. Si è innestata una marcia indietro nella cultura democratica, si picconano i muri portanti della casa comune, si delegittimano gli organi di garanzia, si attaccano le più alte cariche dello Stato, si usano in Tv toni da osteria poco galanti verso le donne, ci si appella al popolo o alle piazze, pur avendo in Parlamento una larga maggioranza...

Di questo passo, la via verso il baratro è segnata, se non ci fermiamo a tempo. E se non rimettiamo in gabbia i falchi della politica, liberando le colombe.

Dalla "follia" di questi giorni si può e si deve uscire. Nell’interesse del Paese. La decisione della Corte costituzionale sul Lodo Alfano non mette in discussione il diritto-dovere di governare per chi ha vinto le elezioni. Ribadisce solo che tutti i cittadini «sono uguali davanti alla legge». È scritto nell’articolo 3 della Costituzione. Certo, quella Carta ha sessant’anni. C’è bisogno di qualche ritocco nelle applicazioni, non certo nei princìpi. Resta, comunque, la "stella polare" per la civile convivenza degli italiani, al di là delle diverse opinioni politiche. Ma nulla di serio si costruisce sulle macerie, tanto meno senza la collaborazione di tutti.

Chi ha avuto un ampio consenso di voto popolare, ha più responsabilità nel servire il Paese, non nell’appropriarsi delle istituzioni, "sfrattando" dalla casa comune chi non la pensa allo stesso modo. Più alte sono le responsabilità, più elevato dev’essere il senso dello Stato e della democrazia, che si fonda sulla divisione dei poteri. È grave dare del "vile" al presidente della Repubblica, ma è altrettanto grave sbeffeggiarlo e non prendere in considerazione quel che dice. Non si scherza con le istituzioni.

Non c’è investitura popolare che possa essere usata come grimaldello per scardinare la centralità del Parlamento, mortificato dal ricorso continuo al voto di fiducia (già 25 in soli diciassette mesi di Governo). O per tenere in pugno i parlamentari, già asserviti da una legge elettorale che, espropriando il popolo d’un suo diritto, ha dato ai capi di partito il potere di nomina.

Mentre la politica è alle prese con i bizantinismi, tre milioni di italiani (cioè il 4,4 per cento delle famiglie) fanno la fame. Soprattutto se hanno perso il lavoro. La crisi svuota il carrello della spesa. E qualcuno la fa solo tra gli avanzi dei mercati. Sono i dati di una ricerca del Banco alimentare, che lancia l’allarme Italia. «Questa povertà», hanno detto i ricercatori, «non è un’invenzione dei media, è un’amara realtà di cui fanno esperienza migliaia di famiglie».
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Da Famiglia Cristiana del 18/10/2009  (http://www.sanpaolo.org/fc/0942fc/0942fc03.htm)
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Non condivido ciò che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinchè tu possa dirlo. (Voltaire)
Chi rimane a guardare non è uno spettatore... è un complice!!!
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